Bikaner, alle porte del deserto del Thar (Rajasthan)

February 7, 2017

Diario di viaggio in Rajasthan. Visita di Bikaner.

 

 

Abbiamo percorso più di sei ore in auto da Jaisalmer lasciando il deserto occidentale del Thar per dirigerci verso oriente, fino a Bikaner che ci ospiterà questa notte. La strada che ci accompagna è asfaltata e qua e là coperta di sabbia soffiata dal vento, dove una bassa vegetazione tipica di un clima arido si fa spazio tra le dune. Giungiamo finalmente alla polverosa città di Bikaner che ci accoglie con il frastuono inconfondibile delle città indiane, tuk tuk, altri veicoli strombettanti e gente frenetica che fanno da contrasto a scene uguali a quelle di un passato lontano, buoi che tirano carri, dromedari che trasportano cose, biciclette, donne in splendidi saree il cui color pastello s'esalta nel tono ocra della terra. Bikaner attrae per il suo centro storico custodito da sette chilometri di mura del XVIII° secolo corredate da ben cinque porte di accesso. Ne superiamo una ed accediamo ad un dedalo di strade piccole ed irregolari dove ci si può perdere in quella delizia del viaggiatore che sono le magnifiche havelis. Questi palazzi dall'architettura mista rajput, moghul e britannica, finemente decorati con jaalis (i disegni a traforo su pietra), chajjas (le sporgenze), jharokhas (i tipici balconi prominenti in stile rajasthano) furono costruiti dai mercanti quando Bikaner, situata lungo un' importante via carovaniera tra Asia centrale e Gujarat e dotata di sorgenti d'acqua, diventò, dal XVI° al XIX° secolo un punto di ristoro prima del torrido caldo del deserto del Thar. Tra le più belle havelis, degne di nota sono le Rampuriya Havelis, fatte costruire negli anni venti da mercanti giainisti mentre altre si possono ammirare in Rangari Chowk (chowk significa piazza), in Kothrion Ka Chowk (poco distante anche il Kothari Building), in Daga Sitya Chowk, in Dhadha Chowk che poco dista dalla bella Punan Chand Haveli. Fino a non molti anni fa la loro conservazione veniva trascurata e le havelis venivano demolite pezzo per pezzo perché il valore dei loro componenti architettonici ed artistici è più alto di quello dell'intera casa. Da tempi recenti, grazie all'intervento di associazioni come la World Monuments Fund, (www.wmf.org)  questi patrimoni sono protetti.

 

Rao Bika, sovrano rajput, primo figlio del maharaja Rao Jodha (che fondò Jodhpur), voleva un regno tutto per sé e decise di realizzarlo nell'area del Jangladesh dove oggi si trova lo Stato di Bikaner. Così Bika nel 1478 costruì un forte ormai distrutto che per qualche tempo avrebbe sorvegliato il suo insediamento. Un secolo dopo Bikaner fiorì sotto Raj Singh (1571-1611), il sesto sovrano rajput di Bikaner, amante d'arte e architettura, sotto il cui regno nacque il Forte Junagarh, costruito fuori dall'originario forte e poi ampliato dai sovrani successivi e che oggi mi appresto a visitare. Raj Singh fu un sovrano decisivo per le sorti di  Bikaner; egli riconobbe la suzerainty (termine dell'epoca feudale francese) dell'impero moghul accettando di diventarne Stato vassallo senza tuttavia perdere il potere sulle questioni interne. Raj Singh arrivò così ad assumere un alto rango alla corte del grande imperatore moghul Akbar e di suo figlio Jahangir. E più o meno di tal diplomazia fecero uso anche i suoi successori come ad esempio Maharaja Surat Singh (1787-1828) che nel 1818 firmò un trattato di alleanza con gli inglesi colonizzatori. Ed ebbe il dono di saper trattare anche Maharaja Ganga Singh (1887-1943), uno dei più noti rajput del Rajasthan, riformatore moderno (promosse la costruzione di un sistema di irrigazione, il Ganga Canal), studioso di usi e costumi inglesi; egli fu il solo membro non bianco dell'Imperial War Cabinet durante la prima guerra mondiale, rappresentando quella stessa India che ebbe la sua delegazione, e lui come capo, alla Lega delle Nazioni e, nel 1919 al Versailles Peace Conference, il meeting degli alleati vittoriosi della prima grande guerra. Probabilmente se lo meritò creando il Ganga Risala, truppe militari su dromedario che Ganga Singh mise al servizio degli inglesi; questo corpo servì anche la causa indiana contro il Pakistan nel XX° secolo. A Ganga Singh si deve anche la costruzione, in nome di suo padre, del Lalgarh Palace, a tre chilometri da Bikaner, un bel palazzo in arenaria rossa con aggettanti finestre traforate ove si traferì quando lasciò la sua usuale dimora nel Junagarh Fort nel 1902. Da allora il Forte avrebbe perso il suo nome originario di “Chintamani” per diventare semplicemente Junagarh, il Forte Vecchio. Oggi in questo Palazzo vive ancora la famiglia reale ma in parte è hotel heritage e in parte è dedicato al Sri Sadul Museum che conserva tra l'altro oggetti sfarzosi dei sovrani, un proiettore antico, fotografie antiche, stoviglie inglesi e un recipiente in ottone che serviva per raccogliere e trasportare le imposte pagate dai villaggi del regno.

 

Il Forte Junagarh è l’altro buon motivo per venire a Bikaner,  protetto da possenti mura e da un ampio fossato, il solo in India in zona pianeggiante eppure l'unico a non essere mai stato mai violato, nonostante i molti assedi. I suoi tesori sono ancora lì, ad attendere la mia completa ammirazione. Oltrepasso quindi la Suraj Pol e poi Daulat Pol dove ho una prima forte testimonianza dei sati avvenuti nel forte quando le donne di stirpe reale, piuttosto che farsi catturare dai nemici, si bruciavano sulla pira del marito caduto in battaglia; sul muro, piccole impronte di mani a ricordare, come fosse ieri, questa antica usanza rajput (la casta di guerrieri indu che divennero sovrani di gran parte dell'India settentrionale ed occidentale) oggi illegale. All'interno, tra i palazzi, un susseguirsi di chiostri e cortili dove è facile immaginare le grandi parate della Ganga Risala e degli elefanti al tempo dei re. Ugualmente mi domando quale sfolgorante arcobaleno di colori avesse luogo il giorno della festa holi (la famosa festa dei colori che ancora oggi si celebra in India) quando le donne del forte si spruzzavano l'acqua colorata che riempiva la bella vasca in marmo al centro del cortile che ospita il Durga Niwas. Molte sono le stanze visitabili, alcune più particolari come la Lal Niwas, una delle stanze del Maharaja, la più antica del palazzo (1595) decorata a motivi dorati e floreali; quella più curiosa è la azzurra Sala delle Nuvole, la Badal Mahal, creata nella metà del XIX° secolo per Sardar Singh, pitturata con nuvole bianche e saette, forse per mostrarle ai bambini che in un tal luogo desertico non avevano mai visto un monsone. Oltre la terrazza si trova il Gaj Mandar con il giaciglio dove il re riposava. La stanza più grande è invece la Anup Mahal, del 1699, sala delle udienze pubbliche (Diwan-i-Khas), ricca di specchi, dipinti in filigrana rosso e oro, finestre e colonne color pastello che ha visto, ospitando il trono reale, le incoronazioni dei re che abitarono il forte; il grande tappeto è stato realizzato da detenuti del carcere di Bikaner a ricordare la grande tradizione artigianale della zona. Ugualmente sorprendente è la Ganga Niwas dove, nella Diwan-i-am si trova un aeroplano bimotore della prima guerra mondiale che Ganga Singh ebbe in dono dagli inglesi. Lascio il bel forte di questa città densa di storia, nota anche per il mercato dei dromedari, ricercati per la loro robustezza che nei secoli, oggi come allora, sono i veri principi del deserto a cui è dedicato, ogni anno nel mese di gennaio, il Camel Festival di Bikaner.

 

testo by PassoinIndia

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