Mandawa

March 6, 2017

 

 

Mi trovo in una delle regioni più interessanti del Rajasthan, lo Shekhavati, da “sheik, ricco moghul e “vati”, luogo di nascita di Krishna, la adorata divinità indu. In effetti questa regione nel corso dei secoli è stata dominata alternativamente da musulmani (i moghul) e Rajput (gli antichi sovrani di origine indu). La regione, attorno a cui ruotano come satelliti di un triangolo immaginario le città di Delhi, Bikaner e Jaipur, si trova tra quelle che furono due importanti vie carovaniere, una che da Delhi conduceva al porto del Gujarat attraverso Jodhpur, l'altra che da Delhi portava al deserto del Thar e quindi all'Asia centrale. I “merwari” ne compresero subito la posizione strategica, favorevole ai loro scambi commerciali che quindi vi si insediarono e, a partire dal XVII° secolo, commissionarono i loro palazzi, tanto più grandi e belli quanto più dovevano dimostrare potere e benessere di questi ricchi mercanti. Il termine “marwari” deriva da “maruwat” dove “maru”, in sanscrito, significa “deserto” ed infatti questa comunità, con tradizioni e costumi propri, soprattutto vegetariani e con grande capacità di adattamento e flessibilità mentale è originaria del deserto del Rajasthan. La zona occidentale e centrale di questo Stato si chiamava appunto “Merwar” e, dopo l'indipendenza indiana dagli inglesi, diventò parte dello Stato del Rajasthan. Pertanto l'appellativo “marwari” ha solo una connotazione geografica, non di casta e neppure religiosa, considerato che essi appartenevano ed appartengono a varie fedi religiose, induiste, giainiste, eccetera, anche se prevalentemente indu, con un rilevante numero di brahmini, oggi soprattutto a Calcutta e Mumbai. I “marwari” lasciarono la loro terra originaria sin dai tempi dell'impero moghul, sotto il regno del grande imperatore Akbar (1542-1605) per raggiungere e collocarsi in varie zone dell'India soprattutto verso est, come in Orissa, Bengala, Bihar, Bangladesh. Alla fine della prima guerra mondiale essi controllavano la maggior parte dei traffici commerciali indiani e, nel tempo, assunsero ulteriori posizioni di potere diventando importanti uomini di industria, magnati e banchieri. Oggi un quarto dei nomi indiani bilionari apparsi sulla nota rivista “Forbes” sono proprio marwari.

E così lo spirito imprenditoriale dei Marwari, dalla fine del 1700 all'inizio del XX° secolo, li condusse alle soglie del deserto del Thar quando città come Bikaner e Mandawa (ma non solo) diventarono strategicamente importanti per i traffici di merci come sete, cotone, spezie, gemme preziose, vegetali e cosi via. Qui, più che altrove, i Marwari vollero dimostrare la loro prosperità economica ottenuta anche dalle tasse sul transito delle merci, costruendo abitazioni meravigliose, in uno stile architettonico misto di elementi islamici, rajput ed europei unico al mondo. Nascono così le “havelis”, parola che significa dal persiano “spazio circoscritto”, destinate ad ospitare le famiglie allargate di questi ricchi commercianti. Questi veri e propri palazzi dei quali sorprendono, oltre la struttura e i decoratissimi portali di ingresso, le magnifiche ed elaborate pitture murali, consistevano, per la maggior parte, in due cortili, uno per gli uomini (mardana), su cui si affacciano quelle che erano le sale per gli ospiti e potenziali clienti (baithak) e uno, quello principale e più interno, per le donne (zenana) che dovevano sempre stare fuori dalla vista di occhi indiscreti. E' questo che vedrete se visitate Mandawa o Bikaner dove queste antiche dimore, abbandonate quando le famiglie mercantili si trasferitrono in città più sviluppate come Delhi, Jaipur, Bombay, Calcutta, Madras. Alcune havelis non sono più abitate, spesso custodite da chowkidar (custodi), altre sono divenute hotel, altre semplicemente si lasciano ammirare. Tutte hanno perso la loro primaria funzione ma non certo il loro fascino. I colori degli affreschi sono rimasti vivi e sorprendenti nella loro perfezione e policromia ma anche nei loro temi di varia natura, religiosi, con le divinità indu (Indra, Shiva, Krishna, Surya - il Dio Sole -, ecc. ), mitologici, epici (scene del Mahabharata e del Ramayana), di guerra, europei (Giorgio V) e naif (gondole veneziane, treni, automobili,aeroplani, statue neoclassiche ecc.). Ad esempio la Anandi Lal Poddar Haveli, oggi museo e scuola, è stata riportata al suo originario splendore ed i suoi affreschi rappresentano scene della vita di Krishna, soldati, treni a vapore e persino un pannello in tre dimensioni che trasforma la testa di un toro in quella di un elefante. E, ancora, la Bhagton ki Choti Haveli dove temi europei come la regina Vittoria si affiancano a quelli religiosi squisitamente indu come Krishna e Radha, su una altalena. E, infine, la Chokani Haveli, la più grande della città che sfoggia affreschi con elefanti, guerrieri, cavalli, dromedari.

 

Tantissime sono le Havelis, spesso scene di film di Bollywood (come il Sewaram Saraf Haveli), che vi terranno a testa in su e basta gironzolare per la città dove anche affreschi su case più semplici, quelle antiche di cittadini comuni, vi incanteranno.

 

Non dimenticate il forte medievale di Mandawa, risalente al 1750, uno dei più belli dello Shekhavati. E neppure che Mandawa è soprannominata “museo a cielo aperto”.

Assaporate l'atmosfera della vera India di provincia e fare un salto indietro nel tempo non sarà poi così difficile.

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